Comune di Force

Museo lavorazione del rame

La lavorazione del rame a force rappresenta solo un piccolo episodio della lunga utilizzazione che gli uomini hanno fatto e continuano a fare di questo metallo.
Noto fin da epoche molto remote,sembra addirittura lavorato già nel IX millennio a.c.nelle terre mesopotamiche,ha denominato un’ importante fase della lunga vicenda degli uomini sulla terra,conosciuta appunto come “l’età del rame”cui è seguita quella “del bronzo”che è poi da riferire al prevalente uso di leghe di rame e stagno.
Assai estratto,commercializzato e adoperato in epoca romana,la sua vasta utilizzazione si protrae fino a noi.
Lo si trova nelle miniere allo stato puro,il cosiddetto “rame nativo”e,in maggiore abbondanza,come componente di molti minerali,tra i quali sono da ricordare l’azzurrite,la cuprite,la malachite.
Nell’antichità sono famose le miniere dell’isola di Cipro,donde il nome latino di cuprum dato al metallo.
Oggi le principali estrazioni si hanno in: Cile,USA,Perù,Indonesia,Australia,Russia e Cina.
E’ un metallo duttile,malleabile,dotato di lucentezza,dalla colorazione rosso chiara.
La sua metallurgia accompagna l’umanità fin dalla preistoria al fine di realizzare le svariate opportunità di impiego che ne fanno uno dei metalli più utilizzati al mondo dopo il ferro.
Nei tempi più antichi è adoperato dapprima per la costruzioni di armi,pugnali ed asce,successivamente per una ricca gamma di strumenti destinati all’uso domestico,all’ornamento e,talvolta,al culto.
Adesso fa largo ricorso l’arte tipografica che,per la stampa delle figure,spesso predilige l’intaglio sul rame.
Oggi il suo impiego è principalmente collegato alla qualità di conduttore di elettricità per cui è molto richiesto dall’industria elettrotecnica ,per fili da connessione ,per congegni elettromeccanici,per motori,per trasformatori,per attrezzature di vario genere. È anche richiesto nella costruzione di impianti nei quali è necessario materiale dotato di conducibilità termica come i collettori solari. Al rame ricorre l’edilizia per la produzione di tubature e grondaie. La caratteristica di entrare  con facilità in composizione con numerosi elementi lo rende un classico metallo da lega con la conseguente produzione di materiali di larghissima diffusione come l’alpacca per le posaterie,il ricordato bronzo,l’ottone.

 
Un racconto suggestivo, ma fantasioso e in verità non molto noto, narra di un vecchio zingaro di nome Boro che, nella notte dei tempi, introduce la lavorazione artigianale del rame a Force.
Secondo quanto hanno raccolto Adolfo Leoni e Mario Fugazza nel volume dedicato alle storie e alle leggende del Fermano, Boro è originario dell’India settentrionale, è esperto nel lavorare i metalli e bravissimo ad insegnare la sua arte ai giovani.
MA un altro zingaro, tra l’altro giovane, furfante e ladro, è geloso del prestigio goduto da Boro e lo contrasta continuamente facendolo arrabbiare fino ad indurlo a imprecare e bestemmiare.
Diffonde poi la malevola notizia di una previsione nefasta per colui che osa maledire la Divinità e che così si rende indegno di essere autorevole guida della sua gente.
Di notte lo zingaro invidioso, per dare corpo alla falsa, brutta profezia, spinge una palla incandescente di rame fuso nella bocca di Boro dormiente la cui faccia risulta deformata e la cui voce resa roca e con suoni incapaci di comunicare.
Abbandonato dai suoni, Boro rimane solitario su un’altura presso Force dove continua a produrre meravigliosi oggetti di rame, ma non riesce a parlare se non attraverso vocaboli strani e incomprensibili.
I ragazzi di Force vanno però volentieri da lui ad apprendere l’arte del ramaio. Boro è abile, bravo e buono.
Il signore per i suoi meriti gli restituisce la bellezza del volto.
Il racconto, che emerge da un mondo leggendario, sembra voler risolvere la questione intricata dall’origine della vicenda del rame a Force come pure del baccajamento, quella “parlata” forcese cos’ originale e caratteristica.
Ma quella di Boro è una storia che sa solo di leggenda.

 
Le “botteghe” dei ramai hanno contribuito a dare l’impronta dell’assetto urbano di Force.
Di modeste dimensioni, a piano del terreno, aperte sulle strade e sulle vie, si presentano come luoghi di lavoro più frequenti del paese e molto spesso proiettano all’esterno alcune fasi delle lavorazione, per cui sono ben riconoscibili e individuabili anche senza l’ausilio delle insegne.
Alcune sopravvivono e di quelle del passato conservano pressoché intatta data dalla semplicità delle attrezzature, dall’ordine della loro disposizione, della somiglianza che le contraddistingue.
Sulle pareti sono appesi alcuni degli strumenti di lavoro più comuni: tenaglie, pinze, forbici, ceselli, bulini, punteruoli e poi numerosissimi martelli, in ferro e in legno, di diverse grandezze e forme.
Sul pavimento poggiano l’incudine, la forgia, con accanto il mucchio di carbone, vari recipienti, e poi il “palo”, in metallo, e il “cavallo”, prevalentemente in legno, che fungono ad appoggi per la battitura del rame.
Gli strumenti di lavoro sono costruiti dagli stessi artigiani che li finalizzano alle proprie esigenze con rara maestria.
Ad essere curati sono in particolare i martelli, fondamentali per tutti i processi della lavorazione, ai quali è data forma diversa nei punti in cui colpiscono il rame per ottenere i risultati desiderati.
Posti distinti sono assegnati agli oggetti in lavorazione e a quelli già completati.
Talvolta degli espositori mettono in bella evidenza i manufatti pronti per la vendita e così, le botteghe, si propongono anche come luoghi di commercio.
Si prestano ad essere punti di incontro e di aggregazione sociale in quanto spesso al ramaio fanno compagnia amici e concittadini che, mentre conversano, seguono ammirati le varie fasi della lavorazione.
Fondamentale è l’azione di “tirare” il rame, cioè dargli le forme volute a colpi di martello e contemporaneamente indurirlo.
E’ da questa azione che principalmente deriva la qualità del manufatto, la sua bellezza, la sua eleganza, la sua riuscita in termini di funzionalità e durata.
Per gli oggetti più piccoli e per quelli della forma appiattita il materiale di partenza è rappresentato da una lamina ritagliata di rame dalla quale, a colpi di martello e con il ricorso al cesello, si ottengono piatti e portacenere, ma anche caffetterie e teiere dai più svariati modelli. E’ veramente eccezionale l’abilità con cui il ramaio da lastre di rame riesce  a realizzare oggetti assai elaborati ed eleganti senza ricorrere alla saldatura.
Per le forme concave si parte dalla “cava” ed è ancora con i colpi di martello, dati con perizia e sicurezza, che si ottengono pregiati contenitori.
La “cava” è il semilavorato più utilizzato dai ramai.
Ha, come indica il suo nome, una forma concava, e si presenta con le superfici lisce; dalla sua elaborazione derivano paioli, orci, vasi, conche…
La “cava” è il tradizionale, classico, prodotto del “maglio” e i ramai torcesi di oggi se ne forniscono principalmente da una fonderia funzionante a Villa Potenza di Macerata.
Nel corso della lavorazione manuale si effettuano, a seconda delle necessità, varie operazioni di cottura e ricottura degli oggetti sulla forgia, per restituire loro la morbidezza che li rende docili ai successivi interventi ed evitare che avvengano rotture.
Il riscaldamento e la tiratura rendono possibili riduzioni e ampliamenti dei volumi lavorati.
Ai fini della pulitura del rame è utilizzato l’acido solforico, opportunamente diluito sulla base delle esigenze, mentre l’acido muriatico, sempre dosato accuratamente con l’aggiunta del zinco, serve per la stagnatura del metallo.
I manufatti presentano linearità di esecuzione e semplicità di forme, ingentilite da decori a sbalzo.
Il lavoro riesce a creare armonie inaspettate che scaturiscono dalla regolarità dell’alternanza dei colpi che lasciano tracce ben evidenti.
Semplicità e armonia, d’altra parte, sono le caratteristiche che contraddistinguono il rame lavorato che esce dalle botteghe forcesi.

 
L’immagine del ramaio di oggi e di ieri è quella di un uomo fiero, ricco di iniziative, capace di organizzare il suo lavoro in piena autonomia, attento alla gestione della bottega, ben consapevole delle insidie della compravendita, socievole e aperto nei contratti con la gente, abile negli spostamenti, anche sulle lunghe distanze, per rispondere alle necessità di mettere in commercio la sua produzione, sicuro di sé nell’affrontare un’esistenza con molti aspetti di nomadismo.
La preparazione professionale si ottiene esclusivamente attraverso un lungo apprendistato, il più delle volte articolato sulla trasmissione di esperienze tra padre e figlio.
La scuola di bottega ha un’impronta severa, ma è anche ricca di stimoli e gratificazioni.
Il ramaio doveva e deve possedere diverse abilità, da quelle più spiccatamente manuali da esprimere nell’usare gli attrezzi e nel modellare gli oggetti, a quelle creative dirette a ideare manufatti dall’aspetto gradevole e, non di rado, artisticamente pregevoli.
Indispensabile il possesso di nozioni, almeno pratiche, di fisica, chimica, matematica e meccanica necessarie per compiere un lavoro assai complesso nelle sue varie fasi.
Il ramaio forcese gode in ogni epoca di una discreta considerazione nella società e spesso non difetta di mezzi economici proprio per essere in grado di svolgere un lavoro non comune, di porsi al servizio del gruppo umano di appartenenza, di avere frequenza di contatti con gli abitanti delle campagne e con gli abitanti di altri comuni anche lontani.
E’ ricercato per la riparazione di oggetti d’uso comune, non solo per aggiustare gli utensili da cucina, ma anche strumenti del lavoro contadino, come i grandi recipienti per cuocere il vino, le schiumarole e i mestoli per la vinificazione, le solforatrici per dare lo zolfo ai grappoli, le pompe per l’acqua ramata,…
Proprio per le caratteristiche di intraprendenza, di coraggio, di abilità polivalenti, di saper affrontare una vita girovaga, lo storico ascolano Gabriele Rosa nel suo Disegno della storia di Ascoli Piceno, mentre affronta questioni legate alle aree di influenza tra Ascoli ed i Farfensi nel corso del XIII secolo, può affermare “que’ di Force doveano essere liberi, perché spargevansi lontano ad esercitare l’arte del calderaio”.
C’è poi da dire che il continuo girovagare cui i ramai si sottopongono crea non di rado l’occasione di trasferirsi in altri paesi, il più delle volte dei dintorni, dove continuano ad esercitare la loro arte, per cui accade con una certa frequenza che l’artigiano forcese venga esportato conservando le caratteristiche del paese di provenienza.